Avrebbe dovuto essere la partita della svolta, per la Juve. Quella che dava un segnale forte al campionato, ma soprattutto a quell’insopportabile Inter che stradomina da anni. E invece, Juve-Napoli si è rivelata una débâcle con pochi precedenti. La sconfitta dei bianconeri è l’Istanbul della Zebra: come peso specifico, equivale alla pazzesca vittoria del Liverpool sul Milan nel 2005, quando i rossoneri sciuparono un vantaggio di tre gol per poi perdere ai rigori. Tenete presente che la Juve aveva nel mirino Mourinho e Moratti: vittoria in casa con il Napoli, dura trasferta dell'Inter a Livorno e bianconeri pronti ad avvicinarsi e al sorpasso.
L’andamento dell’incontro è indimenticabile. Occasioni da una parte e dell’altra, poi al 35’ Grygera la mette in mezzo per Trezeguet, che brucia Campagnaro: papera enorme di De Sanctis (gli bastava fare un piccolo spostamento laterale per prendere la palla) e 1-0. Secondo tempo: al 9’ innocuo cross di Grosso dalla sinistra, Contini (Napoli) fa un assist clamoroso a Giovinco, che la angola magnificamente sul primo palo. Due regali del Ciuccio e 2-0. Tifosi bianconeri legittimamente in visibilio: l'Inter è a un millimetro.
Poi al 13’ entra l’argentino Datolo per Campagnaro: traversone, Hamsik sul secondo palo e 2-1. Al 19’, corner per il Napoli e Denis salta da solo: Buffon respinge come può, arriva Datolo e 2-2. L’argentino è un iradiddio, al 36’ fugge sulla sinistra e crossa, Tiago (Juve) la offre sui piedi di Hamsik, che di piattone la infila all’incrocio: 2-3. Lo slovacco ha la capacità di giocare in modo perfetto nei momenti decisivi: in una parola, è un fuoriclasse, ma di quelli puri.
Rimonta storica, che segna l'Istanbul della Juve. Una squadra che dal 2007 sembra entrata in crisi soprattutto dal punto di vista nervoso: appena pare che ne stia uscendo, ci ricasca. È un incubo. Ci fosse Ranieri, darebbero la colpa a lui. Ma sulla panca siede Ferrara, e allora si cercano responsabilità negli infortuni.
In quanto al Napoli, De Laurentiis ha fatto bene a tenersi due fenomeni: Lavezzi e Hamsik (leggi qui). Attorno a quella coppia eccezionale, può costruire un sogno che si chiama scudetto. A patto di investire nella difesa.
[foto via Napoli]
sabato 31 ottobre 2009
giovedì 29 ottobre 2009
Napoli-Milan 2-2: basta col gioco brasiliano di Leonardo!
È da agosto che i mass media ce la menano: il gioco di Leonardo sarà spettacolare, due tocchi e via. Il modello del Milan sarà il Brasile del 1982, tutto possesso di palla. Attacco, pressione, supremazia. Un’etichetta appiccicata addosso a Leonardo dai giornali e guai a chi gliela toglie. Specie dopo tre vittorie di fila (Roma, Real Madrid, Chievo).
Poi succede che il Milan vada a Napoli: io personalmente ho contato calci d’angolo in quantità industriale per i partenopei, con un possesso palla nettamente a favore della squadra di Mazzarri. Senza considerare i tiri in porta: nove a tre per il Ciuccio. Magari sbilenchi (Mazzarri non ha il potere di raddrizzare certi piedi), però segno che attaccava quattro volte di più il Napoli.
E allora: dov’è il gioco brasiliano di Leonardo? Dov’è lo spettacolo? Per carità, è intelligente che a Napoli, una volta in vantaggio di due gol, si faccia solo contropiede. Però chiamiamo le cose col loro nome: catenaccio. Sì, una squadra arroccata nella propria area di rigore, con i due centrali difensivi che non si schiodano da laddietro, più Ambrosini a fare lo stopper aggiunto. E via di ripartenze.
Perché non significa nulla schierare Pato, Inzaghi, Ronaldinho e Seedorf in contemporanea, se poi il loro baricentro è la propria trequarti.
Che guaio, le etichette. Se Roberto Mancini o Mourinho o Ferrara o Lippi o Trapattoni avessero giocato come Leonardo a Napoli, tutti avrebbero tirato fuori la storia dell’allenatore fondamentalmente catenacciaro. Ma se lo fa Leonardo, ci si ricorda solo del Brasile del 1982. Che, per la cronaca, buttò nel gabinetto un Mondiale da stravincere, proprio per il vizietto di volere attaccare sempre e comunque.
[foto via Napoli]
Poi succede che il Milan vada a Napoli: io personalmente ho contato calci d’angolo in quantità industriale per i partenopei, con un possesso palla nettamente a favore della squadra di Mazzarri. Senza considerare i tiri in porta: nove a tre per il Ciuccio. Magari sbilenchi (Mazzarri non ha il potere di raddrizzare certi piedi), però segno che attaccava quattro volte di più il Napoli.
E allora: dov’è il gioco brasiliano di Leonardo? Dov’è lo spettacolo? Per carità, è intelligente che a Napoli, una volta in vantaggio di due gol, si faccia solo contropiede. Però chiamiamo le cose col loro nome: catenaccio. Sì, una squadra arroccata nella propria area di rigore, con i due centrali difensivi che non si schiodano da laddietro, più Ambrosini a fare lo stopper aggiunto. E via di ripartenze.
Perché non significa nulla schierare Pato, Inzaghi, Ronaldinho e Seedorf in contemporanea, se poi il loro baricentro è la propria trequarti.
Che guaio, le etichette. Se Roberto Mancini o Mourinho o Ferrara o Lippi o Trapattoni avessero giocato come Leonardo a Napoli, tutti avrebbero tirato fuori la storia dell’allenatore fondamentalmente catenacciaro. Ma se lo fa Leonardo, ci si ricorda solo del Brasile del 1982. Che, per la cronaca, buttò nel gabinetto un Mondiale da stravincere, proprio per il vizietto di volere attaccare sempre e comunque.
[foto via Napoli]
domenica 25 ottobre 2009
Le due autobombA di Repubblica o le due autobombE del Corriere? Io propendo per autobombE
Ecco uno dei dilemmi della lingua italiana: il plurale di autobombA. È una faccenda così rognosa che verrebbe quasi da cavarsela come Cochi e Renato qualche annetto fa; non sapendo il plurale di belga, usavano dire: “Un belga, anzi due”. Dunque, secondo una prima teoria, il plurale di autobombA è identico al singolare: questa è anche l’idea di Repubblica (vedi foto in alto).
Invece, in base a una seconda teoria, il plurale di autobombA è autobombE: vedi foto Corriere, su. Anch’io la penso così. Secondo me, non è indeclinabile.
Ah, per la cronaca, il plurale di belga è belgi. Una maledettisima eccezione alla regola, che vede il plurale di collega in colleghi.
giovedì 22 ottobre 2009
Real Madrid-Milan, caccia al refuso: non c'è solo il voluto "didastro"...
Ore 0.18 di giovedì. Gazzetta online. Qualche refusino dovuto alla fretta.
Nel sommario, "didastro" è voluto. Simpatico.
Ma in tutto abbiamo qualche altro allegro refusino, in neretto: Dida combina un "didastro" e lancia i blancos, poi la riscossa innescata da Pirlo e concretizzatata due volte da Pato. Il Milan ottine il massimo con pochi titi in porta, il real è solo un abbozzo di squadra.
In effetti, se si fanno pochi titi in porta, è difficile fare gol. Forse i giocatori del Real avevano in testa solo le tete della sera prima.
Nel sommario, "didastro" è voluto. Simpatico.
Ma in tutto abbiamo qualche altro allegro refusino, in neretto: Dida combina un "didastro" e lancia i blancos, poi la riscossa innescata da Pirlo e concretizzatata due volte da Pato. Il Milan ottine il massimo con pochi titi in porta, il real è solo un abbozzo di squadra.
In effetti, se si fanno pochi titi in porta, è difficile fare gol. Forse i giocatori del Real avevano in testa solo le tete della sera prima.
mercoledì 21 ottobre 2009
Milan in finale di Champions a Madrid: adesso mi credete?!
Il mio post del 18 settembre scorso era stato accolto con molto scetticismo. Ho ricevuto numerose mail in cui mi si diceva che il Milan non avrebbe neanche superato il primo turno di Champions. Ora, dopo il grande Milan visto a Madrid che ha sconfitto il Real 3-2, mi credete? Ecco perché i rossoneri possono davvero vincere la Champions.A Natale, il Milan sarà a una dozzina di punti dalla vetta in classifica. Campionato chiuso prima di fine anno, per i rossoneri. Come conseguenza diretta dell'ennesima sciagurata stagione in Italia, i rossoneri potranno dedicarsi tranquillamente alla Champions. E qui possono fare il colpaccio: arrivare in finale a Madrid. Per quattro motivi.
1) Le altre grandi d'Europa, dal Barcellona al Manchester, si spremono per 70 partite l'anno, spalmate fra campionato nazionale, Champions, coppe interne. Nelle ultime stagioni, hanno rappresentato brillanti eccezioni Liverpool e Milan, che a un bel punto mollano nel proprio Paese per puntare alla finale di Champions.
2) L'unico vero attaccante del Milan si chiama Inzaghi. Che però, per questioni anagrafiche, non può disputare tutti i match della stagione: esplode ogni notte magica di Champions.
3) La rosa del Milan non potrebbe competere neppure con quella di una squadra di metà classifica in Italia; ma attenzione: gli undici titolari, con Seedorf anziché Ronaldinho, sono fortissimi.
4) I rossoneri giocano le partite di Champions senz'ansia. Hanno i mass media dalla loro: vanno in Francia, disputano una partita discreta contro una squadra senz'anima, e i giornali esaltano il Milan. Della serie: il Diavolo ha la coppa nel Dna e altre fesserie del genere. In realtà, una vittoria stiracchiata passa come un trionfo, come per magia. E questo ti lascia lavorare in santa pace.
Si badi bene. Il mio è un elogio al Milan (e al Liverpool), che ha vinto le due ultime Champions andando la prima volta così così in campionato e la seconda malissimo. L'Inter, tanto per fare un esempio, dovrebbe imparare dalla società di Berlusconi. I nerazzurri, invece, si spompano ogni tre giorni, con risultati europei deludenti. Dovrebbero fare come il Milan. Oppure avere uno squadrone come l'Inter di Herrera (1964-65) o il Milan di Capello (1993-94), che hanno portato a casa scudetto e coppa; ma non mi pare ci siano i presupposti.
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