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domenica 31 gennaio 2010

Finale Australia: Federer batte Murray. Caro Andy, se mandi via tua madre dal box, vinci uno Slam

Nella finale degli Australian Open, Federer spazza via Murray nei primi due set seguendo un’unica tattica: back di rovescio sul rovescio dello scozzese, poi dritto un po’ angolato dell’elvetico sul dritto dell’avversario, infine botta lunga inarrivabile. Inoltre, Federer non ha mai fatto un servizio identico a un altro: gli ho visto tirare palle al corpo, a uscire, alte, storte, arrotate, potenti e centrali. Murray in risposta è impazzito, specie nel servizio da destra verso sinistra, che ha perennemente spianato la strada del game allo svizzero.

Il match s’è acceso soltanto nel terzo set, quando Murray s'è sciolto, ha preso coraggio attaccando e tirando un po’ profondo. Lo scozzese ha finalmente tolto la battuta a Federer, per poi perderla anch’egli e arrivare la tie break. Qui l’incontro è stato pari, anche se Murray ha ancora una volta sofferto il servizio da destra dello svizzero, sempre più a uscire verso il dritto. Tre set a zero per Federer: 6-3 6-4 7-6 (11-9): Roger si conferma il più grande di ogni epoca nel tennis (16° Slam), nonché uno degli sportivi più forti di tutte le discipline, andando a far concorrenza a Maradona, Owens, Jordan e altri illustri personaggi.

Non c’è nulla, dal punto di vista puramente tecnico, da rimproverare a Murray. Che non può certo imparare a rispondere bene di dritto in una finale dello Slam, tutt’a un tratto. Di fronte, aveva un fuoriclasse di ghiaccio, che nella vita ha fatto a pezzi quasi tutti gli avversari: forse, Federer soffriva Nadal, che però per reggere quei ritmi (il suo tennis è atleticamente durissimo) è logoro fisicamente a 23 anni.

Invece, a mio modesto parere, il salto di qualità Murray può farlo sotto il profilo psicologico. Sempreché voglia davvero vincere uno Slam, senza accontentarsi di essere ricoperto d’oro dagli sponsor.

1) Via la mamma dal box, specie durante gli Slam. Al massimo, ok alla sua presenza negli altri tornei, ma in un Australian Open proprio no. Neppure a Wimbledon: c’è la tv a casa che è tanto comoda. Se Andy era nervoso, se ha ripetuto quattromila volta “Fuck!” in mondovisione, se non ha retto mentalmente nei primi due set, se perfino il rovescio bimane era paralizzato dallo stress, allora c’è qualcosa da modificare. Le madri a casa, per piacere. Anche perché la signora è una maschera di tensione senza uguali, dal riscaldamento sino all’ultimo punto del tie break. E poi si alza dalla poltroncina, esulta, incoraggia: sempre con quegli occhi indemoniati. Che non possono trasmettere tranquillità al ragazzo. Alla madre di Murray non si può certo chiedere di restare immobile come una sfinge: anche in Scozia i figli saranno pezzi di cuore. Che faccia quindi la ultrà davanti a un bel televisore.

2) Chi può dica a Murray che certi comportamenti in campo lo danneggiano. Nel terzo set, quando faceva il punto, restava tranquillo o al massimo si caricava con un “Andiamo!” in inglese: “C’mon!”. Al contrario, se perdeva il punto, si toccava il ginocchio o la schiena, accompagnando il gesto a una smorfia di dolore. Opinione personale: così irriti l’avversario, lo stuzzichi. Può funzionare con un numero 50 al mondo. Federer osserva, sta zitto, e alla fine punisce.

3) Al posto di Murray, quel paio di urli di guerra, un po’ artificiosi, per due punti importanti vinti nel terzo set, non li avrei mai e poi mai fatti. Non ci credo che fossero naturali del tutto: mi sono parsi voluti, quasi a intimidire Federer. Ma per carità... non scherziamo col fuoco: lo svizzero ha un carattere d’acciaio, tipico dei silenziosi. Se non vuoi vedere un giocatore davvero cattivo, non fare mai arrabbiare un quieto.

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