domenica 4 novembre 2018

Khachanov disintegra Djokovic: spettacolo a Parigi Bercy 2018

Con un’opera di devastazione che ha pochi precedenti nel tennis, Khachanov disintegra Djokovic. Il quale, alla vigilia della finale di Parigi Bercy 2018, era strafavorito. Doppia sorpresa: non solo il 22enne russo ha vinto, ma si è addirittura imposto per 2 set a 0.

Karen, atleta strepitoso di 198 cm x 88 kg, si è mosso contro il numero uno al mondo con una leggerezza impressionante: una libellula che arriva dall’Est. Ha picchiato durissimo col servizio, imponendosi grazie a un dritto che è una frustata di polso e avambraccio senza eguali sul circuito. Un colpo che per efficacia, violenza, precisione, mi ricorda il dritto dei migliori Federer e Sampras.

Ma Khachanov la vittoria l’ha costruita sul proprio lato debole: il rovescio bimane. Dove in un anno ha fatto miglioramenti notevoli. Con la consueta intelligenza tattica, nella finale di oggi, Djokovic quando era in difficoltà o quando il punto aveva un peso specifico di rilievo, mordeva il rovescio dell’uomo di Mosca. Il quale però non ha mai scricchiolato. Il serbo ha anche alternato palle lunghe nell’angolo sinistro, basse e corte, ma Karen non ha fatto una piega: è rimasto tranquillo, rimandandola di là sporca e cattiva.

Khachanov ha mantenuto un atteggiamento composto per tutto l’incontro. Dopo aver incamerato il primo set, c’era il rischio che psicologicamente mollasse, di fronte all’impresa. Viceversa, è diventato ancora più feroce, spostando di continuo Djoko, cambiando talvolta ritmo, sino a entrare con energia col dritto. In un’ora e 37 minuti di guerra.

Detto del valore enorme di questa vittoria, vanno però aggiunti due elementi. Primo: la semifinale di Djokovic contro Federer è stata infernale sotto il profilo fisico e nervoso, anche per un robot del tennis come il serbo. Secondo: Nole arrivava da un’interminabile striscia di vittorie, che ne hanno ridotto la reattività neuromuscolare. Mi è parso stordito. Un po’ dalle fatiche contro il divino Federer, un po’ per le bordate impressionanti del moscovita.

E Khachanov che cos’è? Tre opzioni: un campione, un fuoriclasse o un fenomeno? Oggi è un campione. Per diventare fuoriclasse, devi dimostrare di resistere negli Slam, dove si gioca tre set su cinque. Trattasi di sport diverso rispetto agli altri tornei, che sono due set su tre. Il ragazzo ha solo 22 anni, per cui ci sono margini di miglioramento sconfinati. Lo si evince anche dal suo linguaggio del volto e del corpo: è umile ed equilibrato. Ma per far tremare la coppia di fenomeni Djoko-Nadal e il più grande di ogni epoca (re Roger) negli Slam, occorre trasformarsi in tennisti bionici.

domenica 21 ottobre 2018

L’Inter devasta un Milan che gioca il derby come una provinciale: Donnarumma versione Paperumma mette le cose a posto


Spalletti ha fatto il suo dovere, imponendo all’Inter di giocare a calcio il derby. Gattuso ha messo in campo una squadra intenzionata solo a distruggere: il Milan non è mai uscito dalla sua metà campo, se non per errori di impostazione dei nerazzurri. È obiettivamente inammissibile disputare un incontro del genere: la rinuncia totale a costruire, in attesa dello sbaglio dell’avversario. È ingiusto verso i tifosi del Diavolo, verso gli spettatori allo stadio e in tv. Solo le squadre provinciali giocano così, quando vanno fuori casa, nella speranza che fra una perdita di tempo e un falletto a centrocampo non fischiato si arrivi allo 0-0 finale.

L’arbitro Guida ha dato una bella mano al Milan, dimenticando di assegnare cinque falli decisivi a favore dell’Inter nel secondo tempo, in zona d’attacco: cinque, uno dietro l’altro.

Sarebbe stato un pareggio profondamente ingiusto: ci ha pensato Donnarumma a mettere le cose a posto. Un’uscita a farfalle che diverrà storica. Quella foto di Icardi che al 92’ insacca dopo l’allucinante papera di Paperumma entrerà negli annali: una sorta di atto di giustizia del dio del calcio, che da lassù guardava disgustato la prestazione dei rossoneri. Favoloso in tutto questo il gesto tecnico di Vecino, con un cross a lunga gittata: da fermo, il che significa avere la dinamite nella gamba. Notevolissimo il doppio movimento di Icardi, che fa impazzire il povero Musacchio: Maurito è la bestia nerazzurra del Milan, quando vede rossonero carica come un toro e la mette.

L’Inter si conferma la terza forza del campionato, una spanna sotto il Napoli, due spanne sotto la Juve. L’obiettivo stagionale è entrare in Champions, e andare avanti il più possibile nella competizione europea.

domenica 30 settembre 2018

Cartellini gialli: solo la VAR può pulire il calcio lercio

La VAR non ha rivoluzionato il calcio: lo ha leggermente cambiato. Interviene sugli episodi come il gol, il fuorigioco, il rigore. Così il calcio, sport lercio per eccellenza, in cui ogni giocatore cerca di fottere l’altro, diventa meno sporco. Ma resta un grave problema: i cartellini gialli. Che hanno un peso specifico pari o superiore alle altre situazioni critiche. 

Facciamo un esempio pratico. Al quinto minuto, un difensore prende la palla di mano volontariamente. Solo l’arbitro non si accorge di niente. O non ha visto il contatto mano-palla, o lo ha giudicato involontario. Perché questo errore? Il cervello dell’arbitro è insondabile. L’uomo col fischietto è in buona fede, preparato fisicamente, attento, preciso, scrupoloso. Poverino però: ha sbagliato. Di arbitri come Agnolin, d'altronde, ne nasce uno ogni secolo: uomo di carattere e personalità che, se doveva ammonire, lo faceva senza guardare i colori delle squadre.

Così, chi doveva essere ammonito considera il mancato giallo “un episodio ininfluente al quale si aggrappano i perdenti”. L’errore in realtà condiziona la partita. Il difensore gioca tranquillo senza il giallo sul groppone: sa che l’arbitro, poverino, non si accorge di niente. E sa soprattutto che potrà pestare gli attaccanti: ha da spendere un giallo, sempreché l’arbitro lo ammonisca visto che, poverino, l’uomo col fischietto è in crisi vagale. Gomitate, testa contro testa con gli attaccanti stile camorrista: il difensore è libero. Fa di tutto e se la gode. 

Comunque, è una ruota che gira: oggi il difensore ride e minimizza per il giallo mancato. Con l’arbitro (in buona fede) svagato, smarrito, stordito. Domani, magari su un campo lontano, con un altro arbitro e contro un’altra squadra tutelata da un’altra società, sarà quello stesso difensore a lamentarsi. Scoprirà di colpo che un giallo vale un rigore. E che serve la VAR per i cartellini gialli. E che, “non è un episodio ininfluente, ma uno sfondone tale da indirizzare la stagione”. 

Il cartellino giallo è la chiave del calcio 2018 e del calcio del futuro: un gioco sempre più veloce e più fisico. Vale come e più di un rigore. Se si vuole davvero pulire il più possibile il calcio, va aiutato quell’arbitro che, poverino, proprio non ce la fa a vedere il fallo di mano volontario. È necessaria la VAR per i cartellini. E magari qualcuno dovrebbe pure suggerire all’arbitro tramite auricolare: “Giallo. Come da regolamento”. Senza avere paura di quel difensore, di quello stadio e dei dirigenti di quella società. Come se fosse Agnolin.

martedì 5 giugno 2018

Marco Cecchinato distrugge Djokovic al Roland Garros: l’italiano che reinventò la palla corta

Marco Cecchinato batte Djokovic ed entra in semifinale al Roland Garros. Trattasi di impresa epica, avvalorata da due elementi. Primo: i due tie-break (del secondo e del quarto set) di una bellezza indescrivibile. Secondo: Cecchinato ha reinventato la palla corta. Facendo letteralmente impazzire Nole, il quale non sapeva mai se attendersi lo sventaglio a uscire, il lungolinea profondo o la smorzata. La straordinaria qualità di Marco è che servizio e dritto sono illeggibili, perfino al rallentatore: il 25enne palermitano riesce sempre a nascondere le proprie intenzioni. Non capisci che cosa farà né seguendo i movimenti del busto e dell’avambraccio né guardandolo in faccia: una sorta di giocatore di poker che ti spara la scala reale o bluffa con una coppia di sette in mano. Sublimi le sue prime palle, sempre diverse: il ragazzo è dotato di estrema fantasia, inventa tennis, illumina l'arena.

Cecchinato si muove leggero come una farfalla, copre il campo con naturalezza e disinvoltura, e dopo le tre ore di gioco piegava le ginocchia per colpire da sotto la palla di rovescio come se si giocasse da tre minuti. Ha retto di nervi, senza mai avere il braccino, contro un mostro del tennis come Djokovic.

Marco ha visto il paradiso dopo aver incamerato il secondo set. Quindi, gli è apparsa in faccia la morte sportiva: sopra due set a uno, con Nole avanti nel quarto set (4-1 e vantaggio del serbo con il siciliano al servizio) e in progressione verso il quinto. S’è ripreso psicologicamente, ha ritrovato misura e compattezza nei movimenti, ha portato il serbo al tie-break del quarto set. A questo punto, Djokovic ha compiuto due miracoli nei pressi della rete: roba da abbattere un mulo. L’italiano ha reagito con una mezza smorfia e ha proseguito a macinare gioco, facendo andare a tremila all’ora le punte dei piedi, leggiadro come una libellula. Per vincere 13-11 dopo un’altalena da infarto, con 3 set point per Nole annullati grazie a un coraggio da leone. E con quelle bombe a mano che gli uscivano dal rovescio, trasformatosi in arma letale. Punteggio: 6-3 7-6 (4) 1-6 7-6 (11) in tre ore e 25 minuti. Mi è piaciuta la freddezza con cui ha reagito al tifo sfacciatamente a favore di Djoko da parte dei francesi al Suzanne Lenglen: Marco, l’italiano di ghiaccio, ora numero 27 al mondo.

Quella di Cecchinato è una delle più splendide imprese del tennis italiano: oggi, per arrivare in una semifinale di uno Slam, devi essere un supereroe, sotto il profilo atletico e mentale. La semifinale è contro Thiem, atleta strepitoso: se Marco recupera di testa (anche gli ottavi sono stati duri, vedi qui), parte lievemente sfavorito.

domenica 3 giugno 2018

Marco Cecchinato al Roland Garros: 3 qualità del tennista che va di fretta

Al Roland Garros, il 25enne palermitano Marco Cecchinato batte 7-5 4-6 6-0 6-3 il belga Goffin (numero 9 al mondo) in due ore e 31 minuti, e sbarca ai quarti: qui c’è Djokovic. Seguo Cecchinato dal 2010, quando lo vidi dal vivo vincere il suo primo incontro in un Challenger nelle qualificazioni dell'Aspria Cup di Milano. Dopo aver assistito in tv al suo trionfo ai quarti dello Slam parigino (di certo la più grande impresa della sua carriera), ecco a mio giudizio le sue 5 qualità.

1) Il servizio. È tutto, fuorché potente. È illeggibile, talvolta piatto a uscire, altre volte con lieve slice, poi profondo o stretto o angolato o al corpo. 

2) La velocità nei tempi morti durante il proprio servizio. Cecchinato riesce a concentrarsi in pochissimo tempo: gli basta qualche secondo. In questo, nella rapidità con cui organizza il servizio, e nel lasso temporale esiguo fra la prima e la seconda, mi ricorda Agassi. La si può considerare una strategia vincente: l’avversario non fa in tempo a trovare la concentrazione, e il servizio diventa ancora meno leggibile. Chiaramente, se va sopra di uno o due quindici, il tutto funziona alla perfezione; se va sotto, la sollecitudine diventa un boomerang.

3) Il silenzio. Marco, pure nei momenti di massima sfortuna, col nastro che devia la palla a sfavore o la palla che esce di un millimetro, resta tranquillo, silenzioso. Almeno per il momento. 

Ora gli tocca Djokovic, così forte da mandare in tilt chiunque. La parola d’ordine? Uscire quanto prima dalla trappola dello scambio di rovescio: piuttosto prendere qualche rischio, ma mai fare il braccio di ferro nella diagonale sinistra.