sabato 17 gennaio 2015

Diritto d’autore su Internet, Facebook, Twitter: intervista all’avvocato Marisa Marraffino

Lo Studio legale Marraffino si occupa di diritto penale, con particolare riferimento ai new media e privacy. Per questo, faccio una chiacchiera con l’avvocato Marisa Marraffino, esperta di diritto d’autore su Internet, Facebook, Twitter.
Per contattarla.
E-mail: marisa.marraffino@gmail.com 
Sito: http://www.studiolegalemarraffino.com

Marisa, se io pubblico una vignetta, una foto, un testo su Facebook o Twitter, chiunque può usarli?
Assolutamente no. Pubblicare foto e contenuti su Facebook e Twitter non autorizza terze persone a utilizzare il nostro materiale senza consenso perché la legge sul diritto d’autore lo vieta (legge 633 del 1941). Diamo, però, una licenza d’uso non esclusiva ai social network che potranno utilizzare il nostro materiale finché siamo iscritti a quel determinato social. È chiaro che l’autore della foto deve sempre esprimere il proprio consenso affinché altre persone possano utilizzarle, soprattutto se per finalità commerciali. Non è neppure necessario che accanto alla foto siano presenti note o simboli di copyright, salvo che il titolare espressamente ne autorizzi la libera riproduzione. In particolare, l’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente le proprie foto (anche per 70 anni oltre la morte), mentre il diritto morale d’autore è addirittura imprescrittibile, inalienabile e intrasmissibile. Significa che la paternità dell’opera deve essere sempre riconosciuta, indicando in ogni caso almeno il nome dell’autore.

C’è un benedetto precedente a favore di chi ha pubblicato una vignetta, una foto, un testo su Facebook o Twitter?
C’è stato un caso importante di un fotografo professionista di Haiti, Daniel Morel, che aveva pubblicato su Twitter alcune foto del famoso terremoto del 2010. Due importanti agenzie di stampa, AFP (France-Presse) e Getty Images, scaricarono le foto e le misero in vendita. Le due agenzie sono state condannate dal tribunale di New York a risarcire i danni subiti dal fotografo (stabiliti dal giudice in 1,2 milioni di dollari), sulla base del principio che “le fotografie pubblicate sui social network non possono essere sfruttate commercialmente, in assenza di accordi con l'autore” (sentenza del tribunale di New York, Giudice Alison J. Nathan, del 14 gennaio 2013). Il principio vale anche per la normativa italiana. Quando poi la foto riguarda ritratti fotografici entra in gioco anche la legge sulla privacy, per cui la persona ritratta può chiedere la rimozione della foto che è stata pubblicata senza il suo consenso. In Italia, ci sono già molte sentenze in questo senso. Di recente, il Tribunale di Napoli ha ordinato a una moglie che si stava separando dal marito  di rimuovere le foto di quest’ultimo pubblicate su Facebook senza il suo consenso (ordinanza del 31 luglio 2014 n. 12749). In questi casi, vale il principio giuridico che il permesso a farsi scattare la foto non equivale al consenso alla relativa pubblicazione. 

Voglio far causa a qualcuno che, senza averne diritto, ha usato una vignetta, una foto, un testo che ho pubblicato su Facebook o Twitter: mi conviene o è tempo perso?
Se la foto, la vignetta o il testo è stato pubblicato senza il consenso dell’autore, allora posso in primo luogo inviare una diffida (meglio se mediante raccomandata con avviso di ricevimento)  alla persona che ha pubblicato i contenuti senza il mio consenso, chiedendogli sia di rimuoverli sia di risarcire l’eventuale danno subìto. Se l’autore rifiuta di farlo o non risponde, posso sempre adire il tribunale con un ricorso d’urgenza per il tramite di un avvocato. In questo modo, posso ottenere in termini rapidi la rimozione della foto e poi chiedere l’eventuale risarcimento del danno. Se il pregiudizio subìto è importante, sicuramente vale la pena tutelare i propri diritti nelle sedi opportune, soprattutto quando l’autore della violazione è identificato e/o identificabile. 

domenica 16 novembre 2014

Divinamente Roger Federer: batte Wawrinka in tre mosse e vola in finale contro Djoikovic al Masters di Londra

Cominciamo dallo sconfitto: Wawrinka. Che cosa rimproverare a chi esce perdente al tie break del terzo e decisivo set? Niente. Stan è stato perfetto sotto ogni punto di vista. Il guaio è che, talvolta, se si raggiunge l’apice del proprio tennis, questo non basta ad avere la meglio su Federer. Il quale si conferma il più grande di ogni epoca, portandosi a casa quello che, a mio avviso, è stato uno dei match più duri della sua inimitabile carriera. Non mi riferisco tanto alla qualità tecnica dell’incontro; ma alla tensione palpabile nei momenti chiave della partita. Un numero su tutti: re Roger ha dovuto annullare addirittura quattro match point. Coraggiosa e segno di una classe sconfinata la scelta di attaccare in continuazione Wawrinka durante il tie break, andando a vincere gli ultimi punti con tocchi di volo di una delicatezza sconfinata.

Un Federer che ribadisce il proprio status di fuoriclasse gentiluomo: a fine partita, nessun urlo da cavernicolo. E durante l’intervista all’interno di quel meraviglioso palazzetto di Londra, ha nominato tre volte la parola “fortuna”. Che, ci mancherebbe, ricopre un ruolo fondamentale in ogni incontro tiratissimo del genere; ma che va stuzzicata e carezzata in modo adeguato affinché ti soffi alle spalle. E Roger l’ha fatto, in tre mosse.

Primo. Ha evitato di scaldare eccessivamente il colpo meno forte di Wawrinka, il dritto, andando a pescarlo solo nei momenti chiave.

Secondo. Ha chiamato a rete Stan con un back bassissimo sul rovescio dell’avversario, costringendolo a muoversi in avanti (Wawrinka non è un felino negli spostamenti verticali), e imponendogli di non sbracciare: sull’approccio morbido, Stan non è un fenomeno.

Terzo. Nel servizio da destra, ha picchiato durissimo di slice profondo sul dritto di Wawrinka, appena si accorgeva di un minimo spostamento del connazionale verso sinistra.

La cronaca gelida, che non dà la misura della smisurata bellezza dell’incontro.

Federer-Wawrinka 4-6; 7-5; 7-6.

Wawrinka parte fortissimo, fino al 5-2, e si aggiudica il primo set con pieno merito. Federer appare un po' bloccato nel servizio, quasi fosse dolorante alla schiena.

Nel secondo set, Stan balbetta a rete nel momento cruciale: volée e smash sbagliati e si va al terzo. 

Wawrinka s’invola sul 2-0. Poi 5-3. Quindi 5-4 e servizio Stan. Qui il match diventa straordinariamente emozionante: un decimo gioco devastante sotto il profilo mentale, che dura oltre 11 minuti. Wawrinka brucia un match point, se ne mangia un altro colpendo malissimo di volo col baricentro all’indietro, poi sbaglia sul terzo. Si va sul 5-5 con Federer che diventa incisivo di rovescio. Ancora Stan con Roger al servizio: 15-40. Recupera Federer: 6-6.

Tie break. Subito mini break per Federer, poi due mini break per Stan: 6-5 e quarto match point, con Roger al servizio. A questo punto, il re decide che si deve chiudere tutto a rete, e trionfa dopo tre ore di tennis paradisiaco.

Alla fine della semifinale Atp di Londra, la cosa più bella dell’incontro: l’abbraccio fra i due, che immortalo nella foto.

Chiudo con una constatazione sulla superficie dove si svolgono i Masters: è la soluzione ideale per giocare a tennis, veloce il giusto, dove viene premiato il più forte. Senza devastare muscoli e tendini degli atleti. Dovrebbe essere estesa a qualsiasi torneo del pianeta. Pessimi invece i giudici di linea: errori a ripetizione, specie stasera. Il fatto è che sbagliano un po’ per tutti: non come nel calcio, dove c’è una certa squadra misteriosamente fortunata, con errori sempre a favore…

domenica 28 settembre 2014

Io difendo il mediocre Mazzarri

Mazzarri è uno splendido allenatore da Reggina, al massimo da Napoli. Ma all’Inter fa fatica: qui è un mediocre. Ogni conferenza stampa è una tortura per lui. Ogni intervista in tv è un cocktail di sospiri, tic nervosi, mezze parole. In un anno e mezzo, non è riuscito a trasmettere nulla alla squadra. Se non ansie e paure. L’Inter è un’accozzaglia di zombie che vagano per il campo. Sembra una squadra di esordienti che giocano nove contro nove, coi nonni in tribuna a urlare “Dai a nonnino che corri dietro alla palla”. L’Inter è una banda di ragazzini di seconda media che fanno la faccia feroce se giocano contro gli islandesi, ma sotto pressione si sciolgono come burro nel microonde. L’Inter, alla fine, è lo specchio della grinta di Mazzarri. Io di questo signore ricordo le bottigliette di plastica morsicate in panchina, l’orologio toccato di continuo durante le pause di gioco. 

Ma c’è un ma. Non è colpa sua. Non è colpa sua se qualcuno ha ritenuto intelligente dargli 3,5 milioni di euro l’anno. Non è colpa sua se qualcuno gli ha rinnovato il contratto. Non è colpa sua se Nagatomo è capitano dell’Inter (che squallore). Non è colpa sua se i nerazzurri non riescono a fare tre passaggi di fila e sono così lenti nell’impostazione.

La dimensione dei giocatori dell'Inter ti viene data anche dal modo in cui hanno esultato dopo i gol del 4-0 5-0 e così via contro i dilettanti in Europa League e contro il Sassuolo: un'esaltazione francamente scomposta e irragionevole. Proprio come i bambini quando battono 10-0 un avversario senza consistenza: ogni gol dal 5-0 in poi urlano la propria gioia alla mamma in tribuna. Ma quelli sono bambini; i giocatori dell'Inter sono professionisti cui si chiedono risultati di livello, proporzionati alla retribuzione.

Voi al suo posto di Mazzarri cosa fareste? Direste: “Sì, è vero, una grande squadra non è roba per me”?. Chiunque, al suo posto, farebbe quello che fa lui. La difesa a tre per un anno e mezzo: perché solo quello conosce. L’impostazione del gioco a due all’ora: perché sa solo giocare in contropiede. Qualche sussurro in panchina allargando le braccia: perché non è capace di far tremare i muri come Mourinho. 

Non è il suo mondo, non è il suo ruolo, non è il suo habitat. Ma Mazzarri è del tutto estraneo da responsabilità. Si piazza settimo con una squadra da settimo posto: questa è l’Inter dei prossimi cinque anni.

Servirebbe piallare tutto. Investire 150 milioni di euro. Prendere un allenatore giovane con mentalità moderna. Questo non è il piano di Thohir. Il futuro immediato è squallido. Con un allenatore mediocre che allena atleti mediocri.

domenica 14 settembre 2014

Parma-Milan: arbitraggio scadente, peggio di pre-calciopoli

A parte un rigore inesistente a favore e un’ammonizione mancata per simulazione, a parte un’espulsione a favore inesistente, a parte un rigore contro non dato, a parte due ammonizioni a favore inventate, a parte cinque punizioni a centrocampo inventate a favore, a parte questo, il Milan ha meritato.

Venduto Balotelli, serviva qualcuno che cadesse in area e battesse i rigori: Menez.

Un rigore a domenica. Il primo immaginario, il secondo inventato. È il Milan dei record.

Inzaghi ha lo stesso gioco di Stramaccioni. In più, però, ha un rigore a partita, più qualche ammonizione ed espulsione.

Poi ci si domanda perché le prime tre che arrivano nel campionato italiano vengono scalciate in Europa: e dove li trova il Milan in Europa degli arbitri così?

Alla prossima, se la giocano Milan e Juve: in materia di rigori ed espulsioni, una guerra fra titani.

"Non si fanno 6 punti grazie agli arbitri". No, 6 no. Ma 4 o 5 sì.

Gli arbitri sono in buona fede: solo che il livello degli arbitri italiani è più scadente rispetto a quello dell’era prima di calciopoli.

martedì 15 luglio 2014

Sarà, ma io Conte lo porterei immediatamente all’Inter

Le bandiere non esistono: i calciatori sono mercenari e fanno quello che farebbero tutti, ossia fornire una prestazione in cambio di una quantità spaventosa di denaro. Conte è un professionista serio e io lo porterei immediatamente all’Inter. Chiaro che lui all’Inter non ci andrebbe mai, visto che abbiamo una rosa da quinto posto in campionato e l’ex bianconero aspira a vincere. Però gli proporrei un progetto quinquennale con investimenti mirati a lunga scadenza. 

Conte me lo prenderei subito per vedere Alvarez correre. Conte convincerebbe, nei dovuti modi, Guarin a non fare passaggi al portiere da centrocampo. Conte i giocatori dell’Inter se li mangerebbe a colazione nello spogliatoio. Conte urlerebbe nelle orecchie di qualche mezza tacca che è arrivata in serie A grazie a chissà quali raccomandazioni sacre: “O corri come un matto oppure ti appendo”. Conte farebbe dichiarazioni forti nelle conferenze stampa. Conte non criticherebbe un 19enne davanti alle tv perché ha sbagliato a venir su in un fuorigioco. Conte baserebbe il suo gioco su energia mentale e ferocia agonistica.

Mi spiace, ma l’Inter, oggi, è una mozzarella nerazzurra. È un ectoplasma svaporato. È, sotto il profilo agonistico, un’accozzaglia di sbandati che vagano per il campo. Conte li raddrizzerebbe tutti. 

Se vuoi impostare il gioco sulle fasce, e sulle fasce hai Johnny e Nagatopo, cazzo, questo benedetto di gioco sulle fasce non lo fai. Non ti ostini. Non sbatti la testa contro un muro. Conte, dopo cinque minuti, o cambia gioco, oppure insiste con il centrocampo a cinque ma senza Johnny e Nagatopo. I quali, alla fine della fiera, sono anch’essi vittime. Milionarie, ma vittime. Sarà mica colpa loro se hanno trovato un allenatore che imposta il gioco di uno dei club più importanti del pianeta su loro due. Che a quasi 40 anni non hanno ancora capito che minchia è una diagonale difensiva.

Non ultimo, Conte all’Inter comincerebbe la sua personalissima guerra contro arbitri e guardalinee. E qui, sulla panca nerazzurra, anche Conte dovrebbe crescere, umanamente e professionalmente. Diventerebbe un allenatore di statura mondiale. Eh sì, perché all’Inter si vince anche in Europa… vedi Herrera e Mourinho: prima il campionato e poi la coppa Campioni/Champions+Intercontinentale. Senza mai andare in serie B. E senza coppe Campioni portate a casa in situazioni equivoche e compromettenti…